REGGIO CALABRIA, 21 GIUGNO 2018 –  Cani randagi, cani abbandonati, cani maltrattati. Per la ‘ndrangheta anche loro sono un business redditizio. Lo hanno capito da tempo gli uomini del clan di Taurianova Zagari-Fazzari-Viola, che per questo hanno messo in piedi un canile-rifugio divenuto per anni grande mattatore di appalti e convenzioni con i Comuni del reggino, anche grazie alla complicità di dirigenti del servizio veterinario provinciale e alla complicità di associazioni animaliste. Al centro delle mire del clan, i sostanziosi appalti banditi dalle amministrazioni comunali per il ricovero dei cani abbandonati, ritenuti appannaggio esclusivo del canile “di famiglia” e per questo da blindare a suon di minacce e intimidazioni nei confronti dei concorrenti.

Per questo motivo sono finiti in manette Antonio e Francesco Fava, ritenuti vicini alla famiglia Viola-Zagari-Fazzari e titolari dell’impresa Happy dog e del canile – rifugio di Taurianova “Il Parco”, insieme a Domenico Marando, nipote del boss di Platì, Domenico Papalia. Finiscono invece ai domiciliari il direttore del servizio veterinario dell’Asp, Antonino Ammendola, il dirigente del medesimo settore a Locri, Vincenzo Brizzi, la rappresentante della Piana di Animalisti italiani, Maria Antonia Catania, e il titolare del canile di Melissa, Luigi Bartolo. Obbligo di dimora e di presentazione alla p.g. per Loredana Cogliandro, residente a Taurianova, Eduardo Perri, residente a Lamezia Terme, Edoardo Faiello di Locri. Obbligo di dimora per Antonio Ferraro, residente a Taurianova.

Secondo quanto emerso dalle indagini, tutti quanti hanno lavorato per far sì che la Happy dog si aggiudicasse in via esclusiva gli appalti per l’assistenza degli animali abbandonati. Allo scopo hanno vessato, intimidito e minacciato il titolare di un canile della Locride, che aveva “osato” partecipare alla gara da 284mila euro per l’affidamento degli animali abbandonati, da cui la Happy dog era stata estromessa perché colpita da interdittiva antimafia. Un affare sostanzioso che il canile dei clan si era aggiudicato negli anni precedenti e che pretendeva di non perdere. Per questo, falliti i tentativi di aggirare lo sbarramento imposto dalla prefettura alle aziende interdette spostando la sede sociale della società a Torino, i Fava sarebbero passati ai più classici metodi di intimidazione. Per costringere il titolare del canile della Locride a rinunciare all’appalto che si era aggiudicato, ogni mezzo è stato considerato lecito, dalle feroci campagne mediatiche alle ispezioni e relazioni veterinarie “telecomandate”, fino alle “classiche” intimidazioni ed estorsioni.

Secondo quanto emerso dalle indagini, i Fava hanno fatto di tutto per costringere il titolare del canile della Locride a rinunciare all’appalto, ma non erano gli unici. A vessarlo c’era anche Domenico Marando, espressione dei clan di Platì, ma interessato anche a tutelare gli interessi delle famiglie di Sant’Ilario dello Jonio. Il nipote del superboss Papalia, per lungo tempo ha minacciato e vessato il titolare del canile, obbligato a versare 58mila euro ai clan di Sant’Ilario, altre somme di denaro per sé, quale corrispettivo per l’opera di mediazione con un suo zio detenuto in carcere, più un terreno confinante con il suo che, in seguito alle resistenze della vittima, veniva danneggiato da un incendio. Nel corso delle attività investigative sono state effettuate numerose attività di intercettazione che hanno consentito di acquisire solidi riscontri alle ipotesi di accusa ascritte agli indagati.

Fonte: Corriere Calabria