Stretto tra crisi economica, polemiche animaliste e bambini sempre più attratti da altri divertimenti, il movimento circense si trova in grandissima difficoltà con spettatori e incassi in netto calo. Il rischio, in mancanza di una riforma, è che vada perduta una tradizione straordinaria che ha plasmato l’immaginario di intere generazioni e ispirato il genio di artisti come Federico Fellini.

Incassi ridotti e animalisti, storia di un declino

di LUCIANA GROSSO – ROMA – E se, dopo quasi duemila anni, il circo si stesse preparando a smontare il tendone, salutare e andarsene via per sempre? L’ipotesi, per quanto amara e forse ancora lontana nel tempo, è meno peregrina di quel che possa sembrare, perché semplicemente, al circo non va quasi più nessuno. Da un pezzo. Un po’ per via del fatto che i bambini, oggi, preferiscono le meraviglie di tv e videogiochi a quelle del tendone, un po’ per via del fatto che la crisi c’è, o c’è stata, e non risparmia nessuno, tanto meno uno spettacolo un po’ vecchio e impolverato, che a fatica tiene il passo con i tempi, un po’ perché i circensi stessi non hanno saputo giocare bene le loro carte nella dura battaglia che da tempo li vede guerreggiare contro gli animalisti, scontro al termine del quale la loro immagine pubblica ne è uscita fatta a pezzi.

O forse, semplicemente, perché tutto prima o poi finisce e stavolta tocca a uno degli spettacoli più antichi del mondo. Secondo i numeri della Siae, nel 2013 il circo per la prima volta è sceso sotto il milione di biglietti staccati: 983 mila ingressi, per un giro di affari complessivo pari a 9,8 milioni di euro.

Anche negli anni precedenti andava male, ma mai così: solo nel 2006, per esempio, gli ingressi erano stati oltre un milione e 400 mila e il volume di affari aveva superato i 23 milioni. Numeri che all’Ente Nazionale Circhi, l’unico organismo che rappresenta i circensi italiani, certo non piacciono, anche se non li scoraggiano del tutto: “Per capire come sta il circo, bisogna pensare a come sta l’Italia: il circo va allo stesso modo, né più né meno”, dice il presidente Antonio Buccioni, che prova a mettere ordine sui vari mali che affliggono il circo e su quello che, invece, lascia sperare che non tutto sia perduto.

“Non siamo solo artisti, siamo anche imprenditori e come tali non spendiamo tempo e soldi in un’impresa che non funziona. Se siamo ancora qui vuol dire che la baracca sta ancora in piedi. La nostra fortuna è che il pubblico, per quanto sia poco, è radicato e affezionato e supera le molte difficoltà che il nostro spettacolo incontra”. Tra le voci di difficoltà in primo luogo c’è la questione economica: il circo si ritrova al centro di una tenaglia che vede da un lato la crisi picchiare duro, con le famiglie costrette a tagliare le spese per lo svago, e dall’altro il Fus, il Fondo Unico per lo Spettacolo, che ha via via ridotto i fondi messi a disposizione.

“I contributi statali che riceviamo sono molto scarsi – continua Buccioni – si parla di una cifra che non supera, almeno per questo ultimo anno, il milione e ottocento mila euro: l’1,1% del totale del Fus, che comunque dobbiamo dividere con giostrai e spettacolo viaggiante. Si tratta di cifre molto piccole se si conta che oggi in Italia ci sono circa 50 circhi che sono attivi 365 giorni all’anno, con costi di gestione elevatissimi non comprimibili, come quelli per la struttura, gli animali, il carburante per spostarsi e le mille questioni burocratiche, come autorizzazioni, imposte e permessi vari, che affrontiamo ricominciando da zero ogni volta che cambiamo piazza, come se fossimo un negozio che fa una nuova inaugurazione ogni settimana. I circhi più grandi arrivano ad affrontare spese che superano i 15 mila euro al giorno e non ricevono più di 250 mila euro: il che significa meno di un mese del loro lavoro”

Fonte: Repubblica