15/08/2016 – È successo di nuovo. Un oro nel tiro a segno acchiappato all’ultimo colpo, quando sembrava ormai perso. Capitò al finanziere veronese Roberto Di Donna, Atlanta 1996: la pistola del cinese Wang Yifu fece cilecca in coda e arrivò un trionfo insperato, nel primo giorno dei Giochi. Ieri, nella gara che ha purtroppo chiuso il programma a fortissime tinte azzurre nel poligono di Deodoro, un’altra «fiamma gialla» ha fatto centro quando ormai non ci sperava più. Non un tiratore qualsiasi, Niccolò Campriani. Tra Londra e Rio aveva già due ori e un argento, era il campione uscente della carabina da 50 metri con colpi da tre posizioni. «Ma sono arrivato che non ne avevo proprio più – confessa -. Era la mia terza gara in sei giorni e in più c’era stato lo stress per le gare di Petra, la mia fidanzata». 

Cervello fino  

L’ingegnere fiorentino, cervello finissimo e cuore freddo solo in gara, in effetti s’è qualificato per la finale per un soffio, facendo 10 punti meno del russo Kamenskiy, quello che di lì a poco gli avrebbe fatto un inatteso omaggio. Poi, ha sparato benissimo da inginocchiato e sdraiato i colpi che contavano. Era primo, ma restavano 15 tiri in piedi. «E tra stanchezza e tensione, dopo tanti 10 e rotti, possono capitare i 9 e pure gli 8». È andata così. Lui e Kamenskiy in altalena mentre i loro sei rivali uscivano di scena uno alla volta. Fino all’ultimo sparo: Nicco era sotto di sei decimi e ha colpito per primo: 9.2. Troppo poco. Un sorriso amaro, la testa che fa «no, non è andata». Pochi istanti e spara il russo: 8.3. Ancora peggio. L’«oooh» di sorpresa del pubblico è assordante. Vince Campriani, per tre decimi. Dopo quasi tre ore e mezza di gara e 165 colpi totali. 

Parole oneste  

Poi, Niccolò vince anche in zona-mista. «Quest’oro è davvero troppo, lo considero un regalo. Il migliore è stato Sergey e io sono quasi imbarazzato. Ho visto che l’ha presa bene, comunque. Queste, però, sono le regole del gioco. E le nuove, che io non ho mai digerito, questa volta mi hanno finalmente premiato». Con tre ori entra definitivamente nell’Olimpo dei grandi azzurri ai Giochi. «Sono titoli tutti diversi. A Londra fu quello del sollievo e lunedì della rabbia. Questo è del divertimento. Sarei stato comunque contento della mia prova. Ho tirato bene. Con la carabina di Petra, perché la mia nella parte meccanica aveva avuto dei problemi. Mi ha portato fortuna. La nostra unione è la nostra forza». Quella in più di Campriani è la testa. Di un agonista capace di dominare la paura. «La fortuna è che noi italiani, così emotivi, fin da piccoli impariamo a confrontarci con le nostre emozioni e a studiare come tirare fuori qualcosa di magico in certe situazioni». Sì, ma lei per quanto lo farà ancora? «Non lo so. Chiudere con un colpaccio da 9.2 non è certo il massimo. Ci penserò nei prossimi mesi, è una decisione delicata. Ora voglio solo tornare a casa, riabbracciare i miei e fare una bella vacanza con Petra». 

L’animalista  

Grazie a lui e agli specialisti del «volo» l’Italia s’è scoperta Paese di tiratori ha spadroneggiato nel medagliere di chi usa pistole e fucili. «Ma i nostri sono soltanto strumenti sportivi. Io, ad esempio, non sono un cacciatore e ho sempre e solo colpito bersagli di carta. Pensate, al campo di Bibbiena degli uccellini avevano fatto un nido vicino a un bersaglio e noi ci siamo spostati per non disturbarli. Chi critica il tiro forse non conosce uno sport che può aiutare molto. Peccato, perché scoprirebbe qualcosa di interessante».  

Fonte: ROBERTO CONDIO INVIATO A RIO DE JANEIRO della Stampa