Insulti al cacciatore morto Facebook non rivela i nomi.
26 ottobre 2017 – Il capo animalisti Mocavero è già a processo per diffamazione Ma le indagini sugli altri commenti vanno verso l’archiviazione
LAMONLe indagini sugli animalisti che avrebbero insultato un cacciatore lamonese morto sono arrivate a Facebook. Per procedere nei confronti di tutti coloro che hanno brindato alla morte del 45enne, colto da malore mentre era a caccia il 6 novembre 2016, è necessaria una rogatoria internazionale negli Stati Uniti. C’è quindi una impossibilità tecnica per la Procura di Belluno a procedere per identificare tutti i commentatori del post che ha festeggiato quella morte. Per questo la Procura ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta. La famiglia del 45enne però non si ferma e sta già pensando di opporsi, tramite il proprio legale, avvocato Enrico Tiziani di Feltre. Ha già ottenuto una prima vittoria nella battaglia che vuole difendere l’onore del marito-padre scomparso: il processo per l’accusa di diffamazione a carico di Paolo Mocavero, 58enne di Saonara (Pd), uno dei tre fondatori del gruppo Centopercentoanimalisti. Era proprio sulla pagina del gruppo animalista-estremista che il giorno stesso della tragedia comparvero le scritte ingiuriose. In barba al dolore della famiglia oltre 150 persone sputarono puro odio con quei commenti su Facebook: «Perché non è morto prima», o ancora «Vai nella tua bara e…» e altri ancora impubblicabili. Il gip Vincenzo Sgubbi aveva anche ordinato di indagare sulle decine di commenti, al post, sullo stesso tenore diffamatorio.

La Procura si era messa subito al lavoro: ha chiesto al Reparto tecnologie informatiche del Racis (Raggruppamento carabinieri investigazioni scientifiche) di Roma di identificare gli autori dei post. I carabinieri hanno identificato i profili, con relativo Vanity url (ovvero indirizzo) e numero Id. Ma per proseguire negli accertamenti tecnici sembra essere necessario l’emanazione di un decreto dei file di log (ovvero i file che contengono messaggi relativi al sistema) della creazione dei profili. Facebook ha spiegato agli inquirenti che le informazioni richieste possono essere prodotte solo tramite rogatoria internazionale, o tramite una richiesta conferma a trattati di mutua assistenza legale. A quel punto la Procura non ha potuto che chiedere l’archiviazione: infatti in rispetto al primo emendamento della loro carta dei diritti gli Usa non danno comunicazione dei dati per finalità investigative, a meno che non si proceda per un delitto violento contro una persona.

Fonte: Il Gazzettino