Un consigliere comunale di Battifollo (Cuneo), Daniele Uberti, 44 anni, è stato arrestato per l’omicidio di Vito Amoruso, venditore di mozzarelle pugliesi di 47 anni ucciso con una palla di fucile calibro 12, usato per la caccia al cinghiale, che lo ha colpito in mezzo alla schiena la mattina del 22 ottobre 2015. L’uomo era appena uscito di casa in via Valdieri, a pochi metri dal Palagiustizia di Torino. Aveva appuntamento con un commerciante a cui doveva consegnare una partita di ricotta.

La pista dei debiti

Ai carabinieri era sembrato un tipico agguato di criminalità organizzata. A rafforzare la tesi, c’era la complicata situazione della vittima, un commerciante nato a Torino con orgini baresi indebitato con varie persone, di cui alcune pregiudicate, che temeva per la propria vita – come aveva confessato ad alcuni parenti – perché alcuni creditori lo avevano minacciato. Amoruso era anche stato accusato di aver fatto sparire un camion pieno di mozzarelle parcheggiato in un garage in zona Vallette, alcuni anni fa. Un carico da alcune migliaia di euro.

La svolta

Le indagini, durate quasi due anni, hanno però preso una svolta inaspettata. Sarebbe sentimentale il movente che ha spinto Uberti, titolare di un distributore di benzina e di un autolavaggio a Ceva e rappresentante in consiglio comunale della categoria degli imprenditori, a imbracciare il fucile — arma che conosce molto bene, essendo amante della caccia — e a colpire Amoruso a distanza di due metri, sotto casa sua, alle sette di mattina. La vittima non si era accorta di quell’uomo che lo aspettava sotto casa con il fucile a pallettoni avvolto in una coperta scura. Uberti era fuggito su una Fiat 500 con targa coperta, che gli avrebbe prestato un amico, la cui posizione è al vaglio.

La doppia amante

«Questo rischiava di diventare un cold case – spiega Giuliano Gerbo, comandante del reparto operativo dei carabinieri di Torino – perché la pista più accreditata all’inizio era quella della vendetta per motivi di carattere economico e mancati crediti maturati. Ma non è emerso nulla su questo fronte, dopo tutte le verifiche». I militari hanno proseguito gli accertamenti concentrandosi sui contatti telefonici di persone che non avevano relazioni professionali con la vittima. E così hanno trovato il nome di una donna, un’operaia che vive nella cintura di Torino, sposata, che è stata sentita come teste. È lei l’amante di Uberti, ma si sospetta che lo fosse anche del commerciante di mozzarelle. La sua audizione non ha aiutato gli inquirenti, forse perché la teste ha timore che il consorte venga a sapere dei suoi tradimenti. «Era stata lei – precisa Vincenzo Berté, comandante della prima sezione del nucleo investigativo – a presentare Uberti a Amoruso. Quest’ultimo aveva venduto a Uberti dei cesti natalizi di prodotti pugliesi. I contatti tra i due uomini sono proseguiti. Uberti più volte era venuto a Torino per cercare Amoruso ma con scarsi risultati, la vittima sfuggiva e aveva anche smesso di rispondere alle sue telefonate».

La prova del Dna

A incastrare l’assassino, che aveva perso un pezzo di fucile sul luogo del delitto, via Valdieri, è stata la prova del Dna eseguita dai Ris di Parma. Uberti, frequentatore di un poligono a Carrù di cui è socio, deve rispondere di omicidio volontario premeditato. In primo luogo ha sparato a distanza ravvicinata, dopo aver aspettando sotto casa la vittima. Inoltre quella mattina, prima di partire di casa, Uberti, hanno spiegato i carabinieri, aveva spento il telefono nel Cuneese (alle 4.45) e lo aveva riacceso alle 10, dopo il delitto. Infine, la Fiat 500 che si sarebbe fatto prestare per venire a Torino aveva una targa finta.

L’amante

Dopo essere stata sentita dai carabinieri, l’amante dell’assassino è sconvolta. Non sospettava assolutamente che quell’uomo, Daniele Uberti, un amico di famiglia conosciuto tre anni fa in un allevamento di cani, potesse avere ucciso «Vito», il commerciante con cui lei aveva avuto una relazione sentimentale tempo fa e che continuava a frequentare (almeno per aiutarlo a fabbricare i cesti natalizi). La testimone, operaia di Druento, telefona a Uberti – la chiamata viene intercettata e trascritta nel decreto di fermo – e gli cheide se c’entra qualcosa con quel delitto. Lui nega. La signora è molto spaventata, anche per il fatto che teme che il marito possa essere contattato dagli inquirenti e venire a conoscenza di tutto. Quello che la spaventa di più però è l’idea che il suo «Daniele» possa essere un assassino. «Sei sicuro di non avere combinato niente?», gli domanda più volte. «No…io non so nulla…io ero estraneo a tutto…non ho combinato niente…quando è successo quel pasticcio lì…io ero in zona mia….non lo so dov’ero…», risponde il consigliere comunale, che aveva fama, a detta della donna, di essere «un piacione». «Mi han chiesto se tra te e me c’è un rapporto sentimentale – prosegue l’amante – come mai chiami me più che tua moglie…tu avevi detto che noi siamo coperti…è grave…ti rendi conto…tu sai tutto della mia vita…loro sanno tutto…tutte le tue telefonate…non voglio pensare che tu possa aver fatto una cosa dele genere». Prima di concludere la telefonata la signora si sfoga: «Vorrei capire dove sono stata questi ultimi tre anni….questa cosa mi distrugge…sono angosciata perché ho detto….boh…io non ho proprio la valutazione delle persone». Prima di attaccare gli dice: «Chiudiamo la situazione e curati».

Fonte: Il Corriere della Sera