CIMOLAIS. Con i fucili scarichi riposti nei rispettivi foderi, dentro gli zaini, due cacciatori bellunesi hanno attraversato il Parco naturale delle Dolomiti friulane in Val Cimoliana, al rientro da una battuta di caccia al capriolo nella riserva di Pieve di Cadore. Per la legge, però, l’introduzione di armi in un parco costituisce un reato. E così, ieri mattina, il gup Piera Binotto li ha condannati a una multa di 3.500 euro ciascuno (pena pecuniaria in cui sono stati convertiti i 15 giorni di arresto).

I due – il direttore della riserva di Pieve di Cadore Franco Da Cortà, 78 anni e il nipote Gianni Da Forno 54 anni – sono stati sorpresi nel parco naturale all’inizio di ottobre del 2014 da tre agenti della polizia provinciale, prima del rifugio Pordenone, dove scorre il torrente.  Per raggiungere la riserva di caccia di Pieve, ci sono due tragitti: o si opta per un cammino tortuoso di 6 ore oppure si attraversa il parco. I due cacciatori erano partiti da Pieve prima dell’alba. Raggiunta Cimolais via Longarone, avevano parcheggiato nei pressi del rifugio Pordenone.

Da lì si erano diretti verso Sottomonte a piedi, oltre la Val Cimoliana, attraverso un sentiero. La caccia non era stata particolarmente fortunata. Poco dopo mezzogiorno avevano intrapreso il cammino di ritorno, lungo lo stesso sentiero.Nei pressi del rifugio erano stati fermati dalla polizia provinciale, che aveva chiesto loro documenti e permessi. Il caso è stato segnalato in Procura e i fucili da caccia sono stati posti sotto sequestro, nonostante Da Cortà avesse richiamato leggi e consuetudini in materia (della quale è esperto) e cercato di difendere le loro ragioni. L’avvocato Roberto Granzotto del foro di Belluno, legale di fiducia dei due cacciatori, che hanno scelto il rito abbreviato, ha sostenuto la loro non imputabilità.

«Esistono – sottolinea Granzotto – due leggi applicabili al caso. Una norma del 1991, che vieta l’introduzione di armi nei parchi e una normativa dell’anno successivo, che invece consente il transito con armi purché scariche e riposte nella loro custodia. Dianzi al giudice ho sostenuto che introdursi in un parco significa entrarci dentro, mentre i miei assistiti stavano semplicemente transitando, diretti alla riserva di Pieve di Cadore. Credo che questo caso potrà assumere una valenza importante. Lo stesso direttore della riserva di caccia ha voluto sollevare la questione, già dibattuta in Cassazione più volte. Valuteremo il ricorso in appello».

Fonte: Il Messaggero