MASSA CARRARA. È stato condannato a una ammenda di ottocento euro (pena sospesa) e alla confisca del fucile Alberto Galeotti, imprenditore 52enne appartenente a una delle famiglie più importanti della Versilia. Il giudice Elisabetta Congiusta ha ritenuto, come sosteneva l’accusa, che l’uomo abbia cacciato di frodo un cinghiale in una battuta che si era tenuta nella zona tra Castelpoggio, Fosdinovo e Aulla. Un uomo di successo Galeotti, tanto da inventarsi la Canniccia di Forte dei Marmi portando ben presto il locale alla ribalta nazionale col record della discoteca più frequentata d’Italia. Non solo: aveva proseguito la sua attività nel mondo dello spettacolo assieme a Briatore nel grande rilancio del Twiga. E prima ancora aveva vestito la maglia della nazionale di hockey (giocando in serie A col Forte dei Marmi nel ruolo di portiere).

In questo processo doveva rispondere di caccia di frodo per una denuncia della guardia forestale che nel 2014 lo aveva scoperto nella zona montana a cavallo tra i Comuni di Carrara, Fosdinovo ed Aulla mentre sparava a un cinghiale. Era stato utilizzato anche un elicottero dalle squadra antibracconaggio che avevano intensificato i controlli con l’ausilio anche della polizia provinciale. La caccia al cinghiale non era vietata ma occorreva attenersi al calendario venatorio e alle prescrizioni emanate dalla Provincia e lui non lo aveva fatto. La pattuglia aveva sorpreso l’imprenditore versiliese intento in una battuta di caccia al cinghiale. E le guardie avevano raccolto le segnalazioni di diversi abitanti della zona che aveva udito degli spari nei boschi.

Il giudice Congiusta ha anche trasmesso gli atti relativi alla trascrizione di una testimonianza resa in aula da un amico di Galeotti, l’ex assessore lunigianese Franchino Bassignani: i magistrati apriranno un fascicolo per il reato di falsa testimonianza: L’uomo in aula aveva dichiarato che lui e l’imprenditore stavano cacciando le beccacce: «Con quei fucili sarebbe stato un rischio sparare ai cinghiali. E a me Alberto non ha mai detto di averlo fatto». Davanti al giudice Congiusta era stata ripercorsa quella giornata, nei boschi di Podenzana del 9 gennaio di due anni fa. «Eravano andati a beccacce – ha raccontato il teste Bassignani – dalla mattina presto fino alle quattro del pomeriggio. Mentre facevamo rientro alle macchine Alberto si è accorto che i cani non gli erano andati dietro. È andato a cercarli: mi ha affidato il suo fucile per fare più in fretta. Ma, proprio mentre stavo tornando sulla strada mi hanno fermato le guardie forestali e mi hanno chiesto di chi fosse l’altro fucile. Poi, abbiamo atteso il rientro di Alberto, per circa venti minuti».

Fonte: Il Tirreno

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