VENEZIA. Spunta un “caso François Fillon” in salsa veneta. Se a Parigi il candidato del centrodestra alle presidenziali rischia l’Eliseo per aver retribuito fittiziamente moglie e figli in qualità di collaboratori parlamentari, a Venezia i veleni lambiscono Sergio Berlato, il capogruppo di Fratelli d’Italia-An al Consiglio regionale.

Chiamato in causa in relazione all’assunzione della moglie Nicoletta Brigato al Parlamento europeo: per sei anni (dal 1999 al 2005) la signora lavorò come assistente nello staff del coniuge, all’epoca deputato a Strasburgo, puntualmente retribuita. Un abuso? No, perché il divieto di assumere parenti degli eletti arriverà soltanto nel 2009; un cedimento al nepotismo, semmai. Almeno secondo i critici che hanno segnalato e documentato per iscritto la vicenda al nostro giornale, alludendo alla cooptazione di «ulteriori parenti».

Come ribatte Berlato? «Mia moglie collabora al mio impegno politico dal 1989, dieci anni prima che diventassi parlamentare europeo, e ha semplicemente proseguito la sua attività a Strasburgo, alla luce del sole, come del resto avviene ora: lei coopera al mio mandato di consigliere in Regione occupandosi di campagne elettorali, eventi promozionali, informazione sui social. “All’epoca non sono stato io a sottoscrivere il suo contratto né tantomeno a maneggiare le risorse che le spettavano. Il suo datore di lavoro, a differenza del passato e dei parlamenti nazionali che tuttora affidano agli eletti i fondi per compensare assistenti e consulenti, è stato l’Europarlamento che nel rispetto delle norme l’ha assunta e stipendiata direttamente. Non sono mie opinioni, è tutto documentato nel sito dell’istituzione. Altri parenti? Sono falsità denigratorie».

Si potrebbe obiettare che, aldilà della legittimità dell’atto, ragioni di opportunità avrebbero sconsigliato il coinvolgimento di un familiare… «Guardi, dalla politica la mia famiglia non ha mai tratto alcun vantaggio, tanto che ho due figlie in cerca di lavoro, altro che favoritismi. Semmai, Nicoletta, Sara e Cristina sono state costrette a condividere le minacce e le aggressioni verbali che ricevo in continuazione». Il vicentino, patrono riconosciuto delle doppiette, non sembra sorpreso dall’attacco a distanza e stavolta, particolare interessante, non punta l’indice verso gli animalisti, nemici di sempre.

«È vero, mi aspettavo qualcosa del genere e so che il mandante è qui, a Venezia, negli uffici della Regione. Stavolta gli estremisti anti-caccia non c’entrano».

Che zampino intravede, allora? «Prove alla mano, ho segnalato alla magistratura un malaffare che investe l’impiego delle risorse pubbliche da parte dell’amministrazione del Veneto e ho ragione di ritenere che presto lo scandalo esploderà. È evidente il tentativo di screditarmi per indebolire la credibilità delle mie affermazioni. D’altronde, ci hanno già provato in passato».

A cosa allude? «Quando mi candidai alla presidenza del Popolo delle libertà, a Vicenza, annunciando che avrei denunciato il sistema di corruzione radicato nel Mose e in altri versanti, mi accusarono di aver falsificato 28 tessere a fronte dei 14 mila iscritti (il 94%) che avevano votato per me. Volevano fermarmi ad ogni costo, sono finiti in galera». Via, non sarà proprio «Ho un brutto carattere, posso risultare antipatico e ho la colpa imperdonabile di essere un cacciatore. Però da quando faccio politica non ho mai messo in tasca un centesimo e, a differenza di altri, non ho mai girato lo sguardo in presenza di atti illeciti».

Fonte: La Nuova Venezia