SAVOGNA. Mentre Enrico Visentini, 30 anni, di Savogna, appiccava incendi, esplodeva colpi di fucile e impiccava un cane nelle Valli del Natisone, il suo cervello era completamente obnubilato. Non ragionava e non si rendeva conto di quel che faceva. Detto in termini pischiatrici, era incapace d’intendere e di volere. E questo, per la legge italiana, taglia la testa al toro: l’imputato non è imputabile e quindi va assolto. Ma non, s’intende, lasciato libero di tornare a fare danni in giro. Bisogna trasferirlo in una struttura protetta e vigilare affinchè segua un percorso di cura e riabilitazione.

È quanto stabilito ieri dal gup del tribunale di Udine, Matteo Carlisi, con la sentenza pronunciata al termine del processo celebrato con rito abbreviato, condizionato appunto all’esecuzione di una perizia pischiatrica sull’imputato. Esaminate le conclusioni del consulente, lo psichiatra Francesco Piani, direttore del dipartimento dipendenze dell’Azienda sanitaria di Udine, il giudice ha assolto Visentini da una parte delle accuse e applicato la misura di sicurezza della libertà vigilata per due anni, prescrivendogli di risiedere stabilmente nella struttura residenziale protetta di Manzano, con divieto di allontanarsene senza adeguato accompagnamento e con l’obbligo di non interrompere il programma terapeutico e riabilitativo intrapreso al Centro di salute mentale di Cividale. Misura che il gup gli ha applicato anche in via provvisoria, contestualmente alla revoca della misura cautelare dell’obbligo di dimora cui era stato sottoposto nei mesi scorsi, in sostituzione della custodia cautelare in carcere disposta lo scorso 30 gennaio.

Alla luce degli esiti della perizia psichiatrica, anche il pm Luca Olivotto, titolare del fascicolo, aveva proposto le medesime conclusioni. Compresa la serie di «non doversi procedere» pronunciati per difetto o per remissione di querela e per intervenuta oblazione. Nel procedimento, il giovane era difeso dall’avvocato Maria Federica Iacob.

Gli episodi risalgono al 25 e 27 gennaio. Una due giorni di autentica follia, che aveva messo a ferro e fuoco le Valli. A spingere Visentini, disoccupato da un paio d’anni, sarebbe stato un rancore latente. Questo, almeno, era ciò che si era limitato a dire ai carabinieri e agli agenti del commissariato di polizia al momento dell’arresto, spiegando di provare astio nei confronti delle sue vittime (ma senza precisarne l’origine). Tutte persone che, al contrario, ne avevano parlato come di un amico. Il delirio era cominciato domenica, con il fuoco appiccato a cinquanta balle di fieno e centi paglia nei pressi della cava Julia Marmi, a Clastra, provocando seri danni a un ovile. Poi si era spostato a Tarpezzo, dove aveva esploso colpi con il suo fucile da caccia regolarmente detenuto all’automobile di Giordano Tomasetig. La scena si era quindi spostata a Clenia di San Pietro al Natisone, dove aveva sparato al muro di una casa, dato alle fiamme la Fiesta del figlio del sindaco parcheggiata a Masseris e sparato a due auto in sosta a Merso di Sotto, Infine, l’uccisione di un labrador e, martedì, un altro incendio alla legnaia pertinente all’abitazione del sindaco di Savogna, Germano Cendou.

Fonte: Il Messaggero Veneto