28 novembre 2019 – Roma, 28 novembre 2019 – Animalisti di oltre duemila anni fa. Attenzione e devozione verso il mondo animale erano presenti già nel mondo classico e soprattutto nell’Antico Egitto, dove numerose specie domestiche e feroci erano ritenute depositarie di forze ancestrali della natura e quindi divinizzate e venerate.

Una recente scoperta all’ombra delle piramidi, precisamente a Saqqara, a sud-ovest del Cairo, ha rivelato una piccola necropoli di animali mummificati e sepolti con tutti gli onori. Si tratta di una piccola area sepolcrale del periodo tolemaico (quindi utilizzata a lungo, tra il III-I sec. avanti Cristo) contenente diversi gatti selvatici, cuccioli di leone, di pantera e di leopardo, allora diffusi in Nord Africa: accanto alle mummie di questi felini (ma anche di uccelli di varie specie e di uno scarafaggio grande tre-quattro volte la norma) statuette in legno e bronzo che ne riproducono le sembianze.

Sono tutte specie adorate e divinizzate. Per lungo tempo esemplari di animali potevano venire sacrificati a divinità antropomorfe e dunque superiori. Dal periodo tardo però i sacrifici si ridussero e in molti casi divennero simbolici, messi in atto tramite appunto statue, evitando così di spargere sangue. Quasi che gli egizi fossero diventati ‘animalisti’ ante litteram”, osserva Salima Ikram, egittologa pakistana dell’Università americana del Cairo.

Particolare significato ebbero i gatti (soprattutto quelli neri!), che in riva al Nilo furono oggetto di continua venerazione: potevano beneficiare di necropoli a loro riservate (privilegio che ebbero anche gli ibis, i falchi, i coccodrilli e le scimmie, tutti idolatrati in santuari dedicati) e venivano mummificati con ogni attenzione e con particolari riti funebri: spesso per rendere più consistente il bendaggio delle loro mummie esso veniva riempito di ammassi di papiri, tanto che i cadaveri possono contenere preziosi reperti per i papirologi. A dimostrazione della grande venerazione verso questi felini a loro venne dedicata una città sacra, Bubastis, nel Delta a nord est del Cairo, abitata solo dai sacerdoti di Bastet, la divinità appunto con le sembianze di gatto, che era difesa addirittura da una guarnigione militare.

Erodoto (nel secondo libro delle Storie) racconta che i persiani guidati da Cambise (che poi nel 525 avanti Cristo avrebbero conquistato l’intero Paese del Nilo), quando vollero con certezza sconfiggere l’esercito nemico, legarono allo scudo di ogni loro soldato un gatto ancora vivo, ben sapendo che mai gli egizi avrebbero colpito: lo stratagemma riuscì e i persiani, ripetendolo a più riprese, con facilità sconfissero le truppe del faraone. Da segnalare anche il rapporto amichevole e psicologico che, proprio come oggi, tra gli antichi poteva instaurarsi con un animaletto: gli esempi sono numerosi.

Catullo piange l’uccellino della fidanzata Lesbia, che, quando morì fu celebrato con un rito funebre (il poeta dedicò all’evento e al dolore dell’amata una struggente poesia: l’ode numero 2); sono numerosi cani e gatti (ma non solo) compagni di giochi e di svago per grandi e piccini (leggendario l’amore di Ulisse per il fedelissimo cane Argo, che lo aspettò venti anni, abbaiando e morendo di felicità al ritorno dell’eroe; o di Alessandro Magno per il fido destriero Bucefalo, al suo fianco in mille battaglie); senza dimenticare che i protagonisti delle favole di Esopo e Fedro (poeti, il primo greco il secondo latino) sono stati proprio gli animali, che divennero dunque depositari di vizi e virtù e quindi esempi da seguire o da evitare per il lettore.

Testimonianze preziose di come il mondo umano e quello animali si siano sempre mossi lungo binari vicinissimi.

Fonte: Quotidiano net